Sul blog Lingua Madre una nuova rubrica sulle attiviste nel mondo
Samereh non può rientrare in Iran, il suo paese di origine, è troppo pericoloso per lei. Potrebbe essere arrestata e sparire, come è successo a tantissime persone, negli ultimi anni. I suoi genitori, il fratello e la sorella li vede solo online. Vive in Italia da otto anni, ed è un’attivista del movimento Donna, Vita, Libertà, nato tra le donne curde, e diventato famoso da noi soprattutto grazie all’ondata di proteste seguite all’assassinio di Mahsa Jina Amini, la giovane ragazza curda arrestata a Teheran dalla polizia morale perché non portava correttamente l’hijab.
Le ho chiesto come si è sentita quando ha lasciato l’Iran sapendo di non poterci tornare, mi dice che non ha pensato questo, che crede che tornerà, prima o poi. Allora ho precisato la mia curiosità: “come ti senti ora, mentre sai di non poter tornare?”
Mentre glielo domando sento la sua emozione salire, i suoi occhi si fanno appena lucidi, ma non piange: percepisco padronanza, ripeto, padronanza, non controllo, e per me che me ne intendo di intelligenza emotiva c’è una grossa differenza. L’una è forma assunta da una forza, l’altro la manifestazione di una paura. Da dove viene, dunque, quella forza che trasmette la sensazione di potere sulla sua vita, nonostante tutto?
“Immagina, non è facile, ok”, dice. “Ma ho visto immagini di persone affrontare la polizia a cuore aperto, a Teheran, durante le manifestazioni di protesta, aprendo le braccia come a dire vieni, prendimi la vita, non ho paura. Loro là rischiano la vita per riacquistare la libertà di tutti, il minimo che posso fare io, da qui, è accettare di non poter tornare.”
E’ solo l’inizio di una conversazione che mi proietta nel cuore vitale della protesta, di un movimento che coinvolge migliaia di donne e di uomini, che apre concretamente le porte della mente sulla relazione tra morale religiosa, denaro e potere, e fa vedere con facilità le connessioni tra violenza e controllo in Medio Oriente e ossessioni economiche e ideologiche dell’Occidente.
Parliamo della sua infanzia, nell’Iran anni Ottanta, della guerra contro l’Iraq, delle menzogne di Khomeyni, dei tre arresti subiti dalla sorella, colpevole di avere le guance rosse di natura e sembrare truccata, del suo radar interno che a Teheran le faceva prendere sempre la strada buona, quella che evitava gli sguardi della polizia morale, di una vita immerse nella paura e nella propaganda del governo religioso, secondo cui se non stai con Dio stai con il demonio, un Dio minaccioso che porta le ragazze all’inferno trascinandole per i capelli e dando loro fuoco, se per caso questi capelli li ha visti un uomo perché stavano fuori dall’hijab.
Samereh dipinge poesie in persiano che fanno da capelli dei volti di donna, sguardi intensi, e abbracci armonici tra maschile e femminile. E’ la terza donna mediorientale che intervisto: sto raccogliendo informazioni e testimonianze per un progetto che si chiama “Scabrose”, con cui voglio indagare il tema della libertà. Sento che mi attende una ricerca profonda, e sono felice che accanto a me ci sarà un’altra giovane donna autenticamente appassionata a questo tema essenziale, Sonia Vazza, che recentemente ha proposto in teatro un’interpretazione di “Leggere Lolita a Teheran”, celebre romanzo della scrittrice iraniana Azar Nafisi, pubblicato nel 2003.
Ci vorrà un tempo adeguato, ma sento che ci aspetta qualcosa di significativo.
Per il momento spero di aver acceso un poco la vostra curiosità.






