una parola-madre
Nel linguaggio motivazionale, il verbo sperare viene percepito come passivo, non agente.
“Non dire spero! Dì che vuoi, che lo farai!”.
Sperare non genera immagini mentali attive, lascia la mente in uno stato di sospensione: non evoca un’azione concreta né un risultato tangibile. Un verbo volitivo, invece, muove immagini e direzioni: “costruisco”, “porto”, “trasformo”, “apro”.
I coach lavorano su questo principio di visualizzazione attiva — ciò che immagini con intenzione tende a concretizzarsi più facilmente. Inoltre, a livello energetico e linguistico, dire spero di avere o spero di diventare pare partire da un punto di assenza: la speranza, in questo senso, viene interpretata come qualcosa che conferma che ancora non c’è. La scelta di un verbo volitivo, invece, parte da presenza e potenza: “Sto creando”, “Sto diventando”. Non fa una piega.
E così, ci siamo persi la speranza, una parola-madre.
Gli antichi adoravano Speranza come una divinità, i teologi ne fecero una delle tre virtù, e nella mitologia e nella poesia classica Speranza (Elpís) è sorella del Sonno (Hypnos), perché entrambi sospendono la realtà: l’uno sospende la veglia e il controllo, l’altra sospende la disperazione e la fine. In entrambe c’è un lasciarsi andare, una resa momentanea al non sapere. Per questo molti poeti — da Eschilo a Leopardi, fino a Borges — hanno trattato la speranza come una forma di sogno consapevole, una zona intermedia tra ciò che è e ciò che ancora non è. Non a caso, in greco antico elpís significa sì “speranza”, ma anche “attesa del possibile”.
La radice indoeuropea della parola speranza è spei-, “tendere verso, desiderare, proiettarsi”. Sperare, dunque, è un movimento del cuore e dello sguardo verso qualcosa che chiama. È un verbo di relazione: chi spera, tende verso la vita.
Ciò che nel linguaggio motivazionale può apparire debole, nel linguaggio ancestrale, rituale e creativo è dunque un gesto di connessione con la vita, e con la fiducia nel mistero insondabile. Oggi però, dopo tutto quello che è successo, è assolutamente comprensibile che nessuno possa accontentarsi di un atto di speranza pur pregno di amore e fede nella vita, anzi, io sospetto che proprio la vita desideri aiutarci a integrare la presa di responsabilità sulle nostre esistenze e su quella del pianeta e dell’umanità. Dunque ho fatto alcune ricerche per sostenere l’idea di dedicare la prima edizione di Ancestrale Festival della Lingua Madre, 20-24 maggio 2026, alla speranza come azione concreta e reale.
Se si esplora nelle lingue europee, si scopre che la speranza è un’idea universale che si incarna con sfumature diverse attraverso le culture: nelle lingue romanze è perlopiù una tensione che nasce dal desiderio di raggiungere, di attraversare il vuoto per toccare un possibile. È filo, traiettoria, direzione. È la speranza come intenzione, e può sembrare attesa: l’atto di chi alza lo sguardo e dice “vado”. Il suo corpo è il respiro che si espande. La sua parola è credere. Poi c’è la variante iberica: in spagnolo, esperar significa al tempo stesso sperare e aspettare. Dentro questa coincidenza c’è un sapere antico: la vita matura da sé, se qualcuno la custodisce. È la speranza come cura: il grembo che accoglie, l’ascolto che prepara la nascita. La speranza spagnola è una gestazione fiduciosa, che non forza il tempo, attende, e culla. Il suo corpo è la quiete. La sua parola è affidarsi. Per quanto riguarda le lingue germaniche, invece, viene da una radice che significa saltare, muoversi in avanti con slancio. È la speranza che scatta. È impulso, scintilla, forza creativa. Chi spera in tedesco non aspetta: agisce nel nome della fiducia. È la speranza come energia vitale, che muove la materia e la trasforma. Il suo corpo è il passo. La sua parola è fare.
Tre movimenti, tre corpi di una stessa idea, tre gesti nella vita della stessa parola: tendere a e desiderare, accogliere e aspettare, balzare e agire. Tutte però conservano la stessa matrice: un atto di fiducia nella continuità del vivente, che si esprime ora come spinta, ora come attesa, ora come tensione.
Non ci sono più scuse, dunque: ciascuno di noi ha più vie per ricominciare a sperare, in quest’oggi fragile dai cui immaginari, comunque, nascerà il futuro.
A tanta umanità che sembra aver perso la speranza di fronte alle atrocità del presente e a una realtà sottosopra, in collaborazione con Honeybe ETS dedico Ancestrale Festival – La società dolce, Prima edizione: Praticare speranza, 23-24 maggio 2026, un evento e uno spazio in cui la speranza da concetto diviene pratica, da suono diviene corpo, e può ritornare nel nostro vocabolario con una nuova luce, come atto concreto e presa di responsabilità – con la benedizione dei coach.
Foto di Serena Pea per Lingua Madre