Sembravano tre stagioni in attesa della quarta.
Adele Venneri, Le tre emme
La prosperità, soprattutto per una donna, è spesso un’esperienza esistenziale mancata.
Fino alla generazione di mia madre, la cultura tradizionale insegnava alle donne ad ambire a un matrimonio sicuro, dove per sicuro si intendeva, possibilmente, l’unione con un marito serio e lavoratore, in grado di mantenerti. Nelle generazioni successive, fino alla mia e oltre, a parole si invitavano le figlie a essere donne indipendenti, e per indipendenza si intendeva il raggiungimento della condizione di garanzia di sopravvivenza. Nei fatti, però, era esclusa dall’immaginario femminile l’idea di generare autonomamente prosperità. Ricchezza, abbondanza e prosperità erano comunque ancora figlie di un buon matrimonio.
La mia idea di prosperità è questa: essere generosi, con se stessi e con gli altri. Una vita allineata ai propri talenti, una voce interiore espressa con creatività e coerenza, denaro che fluisce. L’equilibrio tra desiderio come segnale di tale voce e una mente calma o calmabile in poche mosse. Un corpo vitale, da cui ti senti rappresentato. Fede nella vita e nella Fonte inesauribile.
La prosperità è una condizione di cui molte donne sentono il richiamo, senza mai riuscire ad afferrarla del tutto. Perché?
Negli ultimi duemila anni in particolare, e in molte zone del Pianeta anche ora, in questo istante, per le donne:
- la libertà era un lusso,
- la scelta un privilegio,
- l’istruzione un’eccezione,
- la creatività un pericolo,
- i desideri qualcosa da contenere,
- l’autonomia un’eresia.
Prima di essere un desiderio o un traguardo, la prosperità è un territorio proibito, un diritto negato da generazioni, uno spazio interiore che non è mai stato consegnato.
Molte antenate hanno vissuto in condizioni dove la priorità non era prosperare, ma sopravvivere, non disturbare, adattarsi, servire, e non perdere ciò che si aveva. Questo ha un impatto enorme:
quando per generazioni lo spazio mentale è stato dedicato a evitare il peggio, diventa difficilissimo immaginare il meglio.
La linea materna non trasmette solo tratti o caratteri, ma informazioni sottili:
- gli spazi concessi,
- i confini del possibile,
- i permessi interiori,
- le paure che hanno protetto,
- i desideri rimasti chiusi nella gola,
- le rinunce che sono diventate norme.
Le antenate che non hanno potuto prosperare — perché povere, perché senza voce, perché controllate, perché invisibili — consegnano alle discendenti l’idea di un mondo dove fiorire è pericoloso, proibito o impossibile, un mondo in cui chiedere è inutile, alzare la testa può costare caro, e brillare espone.
E così cerchiamo una prosperità che non abbiamo mai visto incarnata, se non come riflesso di una condizione altrui, perlopiù maschile. Non abbiamo un modello interno, nessuna “immagine” ereditata su cui posare i nostri desideri.
ANTE NATE – Doni e generazioni è una risposta a questo vuoto genealogico, un’esperienza pensata per chi vive nel presente, con più possibilità di quante ne abbiano mai avute le sue antenate, ma fatica a realizzarsi, poiché porta dentro una mappa antichissima dove il territorio della prosperità non è segnato.
Un atto di conoscenza della propria genealogia, ma soprattutto di riparazione, di lucidità e di libertà, un atto di fedeltà alla vita, una via non solo per ereditare, ma per scegliere di liberare il potenziale creativo che può fiorire ora.
Il percorso, di un weekend al mese, inizierà nel weekend di sabato 21 (Giornata Internazionale della Lingua Madre) e domenica 22 febbraio e vedrà il suo evento conclusivo domenica 24 maggio nell’ambito di Ancestrale Festival.
Per informazioni: lab@carolacolussi.art.
Foto di Serena Pea per Lingua Madre