A nessuno immagino piaccia sentirsi poveri di spirito, avari di sentimenti, poco generosi. Genera un’emozione più o meno consapevole di vergogna. Ho provato ad analizzarne le ragioni:
1 Mette in scena la mancanza, rivelando uno stato di difetto (che sia economico, sociale, o emotivo) o talvolta la percezione di questo, pur in presenza di una condizione in realtà stabile. Si prova vergogna a sentirsi poveri – anche quando non lo si è.
2 È una vigilanza che perviene al paradosso di viversi poveri per non sentirsi poveri, e all’estremo di congelare gli slanci vitali, nei confronti degli altri ma anche e soprattutto di se stessi. È come un sistema immunitario confuso, che contrasta nemici anche quando non ce ne sono o, come nel caso dei malanni autoimmuni, che anziché difenderci ci spara contro. Non ha solo effetto sugli altri, ha soprattutto un costo interno molto alto.
3 Tradisce una paura: l’assenza di fiducia, il sospetto nei confronti della vita. Ma la logica della scarsità è contronatura: la vita è abbondanza, un ciclo ininterrotto di fine e nuovo inizio. Questa è una conoscenza atavica, sotto i nostri occhi tutti i giorni.
4 È un sottrarsi al patto di circolazione dell’energia, lo sfilarsi dal flusso, il negare la propria presenza. Svela aridità di immaginazione di chi – tutti noi in qualche occasione – non riesce a concepire che qualcosa possa tornare moltiplicato, identificando la sensazione di non avere abbastanza con quella di non essere abbastanza, non abbastanza da poter ricevere, non abbastanza da poter dare.
5 In fondo, è una forma di tristezza. A guardarla nel corpo è apnea, rigidità della colonna, le mani chiuse, niente sorriso, una schiena curva che protegge una ferita che non ha trovato parole per raccontarsi, una voce rassegnata.
6 Il trattenere – un desiderio, un euro, un grazie, un proprio dono – ci fa sentire piccoli mentre tentiamo di essere forti, è una difesa sproporzionata.
Sono tutte zone d’ombra, occulte, poco frequentate, poco conosciute di noi stessi, e pertanto temute e censurate. Ma il loro essere così dietro le quinte fa sì che conservino una noce di purezza, che possiamo andare a recuperare.
La vergogna è un ingombro e superarla un motore d’espressione, generosa.
Ante Nate – Doni e generazioni è dedicato a chi sente che non è più tempo di trattenere, ma di scoprire l’energia creativa pura contenuta nei desideri congelati, nei talenti inespressi. La prosperità è prima di tutto una condizione interna connessa alla rinascita del desiderio, dal lasciarlo fluire senza colpa o paura, coltivando la propria vitalità e sensibilità come dono e non come rischio, vivendo il denaro e le occasioni come strumento ed esperienza di libertà. Ogni piccolo o grande gesto di apertura può diventare allora un rito di prosperità: accettare un regalo, o un complimento, ringraziare, celebrare, spendere per piacere, dire un “sì” senza giustificazioni, chiedere aiuto, creare qualcosa per sé, realizzare il sogno di una vita, provarci, finalmente.
L’esperienza è riservata a un piccolo gruppo di partecipanti per garantire esperienza immersiva e condivisione.
Per informazioni: lab@carolacolussi.art.
Foto Luca Di Bartolo, Viola arriva all’alba (opera licenziata nel 2017 con mia regia e Anna Novello in scena)