Se succede qualcosa di brutto
si beve per dimenticare;
se succede qualcosa di bello
si beve per festeggiare;
e se non succede niente
si beve per far succedere qualcosa.
Charles Bukowsky
Lo sporco, l’imperfetto mi hanno salvato la vita. E anche ora che popolo un blog che si chiama Lingua Madre, non voglio né patinare la realtà né renderla peggiore di come la vedo, ma raccontarla da altri possibili prospettive, quelle non considerate, trascurate, spesso temute come si teme lo sconosciuto, dello sguardo femminile.
Troppo spesso si identifica lo sguardo femminile, e la voce che ne deriva, unicamente come uno sguardo-ghetto su questioni di genere, oppure considerate minoritarie. Ma le donne non parlano (solo) delle donne, le donne parlano della vita. E la qualità femminile da esse incarnata, non appartiene solo alle donne, ma agli esseri umani tutti, che a mio parere hanno un bisogno profondo di riappropriarsene, se vogliono davvero conoscere chi sono sperimentando le proprie intrinseche qualità di viventi, e smettere di credere alle narrazioni strumentali e stereotipate.
Per questa ragione, forse, lo scrittore e poeta Charles Bukosky (1920–1994) con i suoi disordinati personaggi e la sua forza paradossale si è presentato alla mia porta mentale quando mi sono messa a pensare alla rubrica “ispiratrici e ispiratori” che mi hanno condotto sino a Lingua Madre, pur se – qualcuno già lo sa – il progetto nasce su suggerimento all’orecchio da parte di un’ape, quattro anni fa. Ma questa è un’altra storia da raccontare, a breve!
Comunque, mentre pensavo a chi citare tra le artiste e gli artisti, o filosofe e filosofi, o scienziate e scienziati etc. etc. che hanno segnato il mio percorso, Charles era lì che mi guardava. Ovviamente non ha bussato, ma io l’ho lasciato entrare.
Nato in Germania, ad Andernach, il 16 agosto 1920, come Heinrich Karl Bukowski, è cresciuto a Baltimora e poi a Los Angeles, come Henry Charles Bukowski, uno scrittore ben noto alla mia generazione per la sua voce cruda, senza filtri, ironica e provocatoria, e per i suoi contenuti tabù, come il rapporto morboso con alcol e fumo, con il gioco d’azzardo, le relazioni tempestose e disordinate esperienze sessuali.
Find what you love and let it kill you.
Questa immaginatevela con la sua voce roca (Trova ciò che ami e lascia che ti consumi).
Mi colpì e conquistò la poesia che, senza scarpe, e senza sosta, attraversava e permeava interi suoi romanzi fondati sul senso di fallimento, di precarietà, e di emarginazione. Io, che venivo dalla classica famiglia italiana fondata sull’ottimismo sempre e comunque ma che, di fatto, a vent’anni già avevo le spalle curve e il cuore rientrato, mi riconoscevo facilmente in quella sorta di (anti)romanticismo, che i più definivano realismo sporco. Grazie alla letteratura non sei costretto a farti del male. Un personaggio che dà forma al tuo malessere, alla tua difficoltà nel riconoscerti in un modello che non fa combaciare il tuo sentire interiore a ciò che vedi attorno a te, può farti stare meglio.
Non è la morte che mi spaventa, è la vita che mi spaventa.
Così diceva.
Anche a me la vita e le relazioni non mi parevano poi sempre così pulite o ordinate come mi venivano paventate, e la sua voce fuori dal coro, che celebrava le verità ombrose e scomode, tutto sommato in pace, mi dava un senso di liberazione. Ricordo che, per anni, raccontavo spesso la scena di Pulp (1994), ultimo, ironico e surreale romanzo pubblicato poco prima della sua morte, in cui il protagonista Nick Belane, investigatore privato, osserva una mosca entrare nella sua stanza.
Era una giornata infernale e l’aria condizionata, era rotta. Una mosca strisciava sulla mia scrivania. Allungai la mano aperta e la mandai fuori dal gioco.
Ammiravo infinitamente quel suo sguardo disincantato che riusciva a dare senso all’apparentemente banale, quotidiano dettaglio della presenza di un insetto fastidioso, per trasmettere la miseria esistenziale dei suoi personaggi. Per me quella scena durò degli anni.
L’unica cosa che conta è l’amore, ma non quello che ti insegnano a scuola.
A rileggerlo oggi, mi è più chiaro che la potenza di ogni paradosso sta nel coraggio della verità che esprime: l’attenzione all’erta di chi ascolta tutto tranne la propria voce, la sensibilità sopraffatta di chi si arrende alle logiche di un mondo competitivo fino a dimenticarsi di sé, la lucida profondità di un talento così sfrenato che, nel dichiarare il proprio fallimento, ha imperituro successo.
Grazie, Charles!
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Foto: risposta di chatgpt al prompt mi generi un ritratto in bianco e nero di Bukowski, atmosfera urbana leggermente sgranata, stile “fotografia di strada”?