Pietra dello Stromboli, lancio, corpi in movimento sincronico, novembre 2017.
Entrando per la prima volta in Stoccolma all’alba, con un bus organizzato dalla compagnia aerea per sistemare i disagi di un clamoroso ritardo, per una frenata mi cadde il cellulare e mi chinai a prenderlo. In quell’istante, una pietra enorme lanciata da uno svedese molto arrabbiato con la società, sfondò il vetro esattamente all’altezza del mio posto, frantumandolo in mille pezzi. Ero ricoperta di vetri rotti, ma illesa. In quel momento indossavo questa maglietta. Era luglio, mi ero sposata a giugno, all’evento era assente una persona molto significativa, e dalla fuga di nozze alle Isole Eolie avevo portato a casa questa pietra che, sputata dalla pancia del vulcano Stromboli, era ruzzolata ai miei piedi dalla Sciara del fuoco, la prima volta che la vidi in vita mia, a Ginostra.
Al rientro dall’estate, vissi l’esperienza del mio primo reflusso gastrico. A novembre, reindossai la t-shirt, raccolsi la pietra, la posi sulla bocca dello stomaco, e scattai questa immagine. Smaltii il tutto in poco meno di tre anni.

