Scabrose

Una ricerca sulla libertà

Che niente ci limiti.

Che niente ci definisca.

Che niente ci reprima.

Che la libertà sia la nostra essenza.

Simone de Beauvoir

Le combattenti kurde, le iraniane scese in piazza dopo la morte di Mahsa Jina Amini, le afghane che cantano per non soccombere alle leggi talebane, tutte le scabrose della società, oggi, sono le protagoniste di questa ricerca artistica. Loro e la nostra relazione con loro e con la libertà qui in Occidente.

E’ incominciata per me una nuova ricerca, l’ho chiamata “Scabrose”.

Ci pensavo da un paio d’anni, sollecitata da un amico appassionato di storia e politica: “perché non scrivi di Donna, Vita, Libertà”?

All’inizio ho risposto che non avrei potuto, non conoscevo nessuno del movimento e non potevo recarmi in Iran a fare interviste con la stessa libertà che avevo avuto a Sarajevo mentre, con Gianmarco Busetto, cercavo informazioni e memorie sull’assedio per lo spettacolo “Sarajevo, mon amour”. Poi la vita mi ha mandato Gulala, un’attivista Kurda, che mi ha raccontato l’origine del movimento Jin, Jîyan, Azadî proprio tra le donne curde. E’ solo con la morte di Mahsa Jina Amini, il 16 settembre 2022, che si è ampiamente diffuso tra le donne iraniane. Gulala mi ha poi presentato Samereh, e altre persone, tra cui una ragazza afghana. E così ho cominciato a studiare e ad appassionarmi. Di Samereh ho parlato qui, e poco dopo averla conosciuta, mi contatta Sonia, Vazza, che nulla sa di “Scabrose”, ma – guarda caso – ha scritto un riadattamento di “Leggere Lolita a Teheran”. In breve, incominciamo a provare con l’improvvisazione scenica, nella Quiet Room di Villa Moscheni Volpi, a Mira. Neanche un mese dopo si unisce Cinzia, Beggiato, e Samereh ci frequenta sempre più spesso, sicché diventiamo un gruppo affiatato in pochissimo tempo.

E così, ispirandoci alle storie più e meno note, da Jina Amini alla dj Sama’ Abdulhadi, da Malala Yousafzai a Narges Mohammadi a Nadia Murad (tre di loro sono Premio Nobel per la Pace negli ultimi 7 anni), a numerose artiste, come Nidaa Badwan o Newsha Tavakolian, intendiamo trovare nuove vie per dare libera espressione “all’altra voce”, quella che sfugge alle regole che costringono il femminile e le donne in un immaginario polarizzato: madri e sante, da un lato, donne altrimenti senza scopo e senza identità, se non quella di puttane, o pericolose dissidenti, dall’altro.

La ricerca prende forma a partire da loro — le protagoniste di lotte ignorate o addomesticate — e dalla nostra relazione con queste esse, dal nostro punto di vista, per provare a costruire un parallelo tra culture e tempi da qui, da un Occidente che si crede libero, ma che spesso censura l’alterità con altri mezzi: lo stereotipo, l’indifferenza, l’estetizzazione del dolore, la mercificazione del corpo.

Da sinistra Carola, Sonia, Samereh e Cinzia. Foto di Serena Pea per Carola Minincleri Colussi