Dalle pareti alla vita
Quand’ero adolescente scrivevo sui muri della mia stanza. Ho trascorso dodici anni immersa tra le citazioni dei classici della letteratura moderna e contemporanea annotate sulle quattro pareti tra cui studiavo, dormivo, vivevo.
La posizione in cui sceglievo di scrivere qualcosa era tutt’altro che casuale. Desideravo dormire e risvegliarmi con le parole di Corneille (“Non prendete la vita sul serio! Tanto, comunque vada, non ne uscirete vivi”), così le avevo scritte accanto al letto, e mi bastava orientare di poco lo sguardo sul muro alla mia destra per ritrovarle; volevo attraversare tutti i giorni il concetto flaubertiano di tempo, perché era la malattia di cui sentivo di soffrire, e non avendo la minima idea di come guarire, mi consolava attraversare le parole (“Il passato ci trattiene, il futuro non ci appartiene, ecco perché il presente ci sfugge”), e dunque campeggiavano sopra lo stipite della porta; sentivo la potenza dello spleen baudelairiano tormentarmi e, accanto alla porta, all’altezza del cuore ovviamente, l’avevo messa, e di tanto in tanto mi ci appoggiavo sopra con il petto, in segno di aderenza, fedeltà e aspirazione (“Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle / Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis…”).
È allora, in quella relazione quotidiana potente, che è nata la mia sensibilità al linguaggio. Senza un legame con il corpo e la voce, però, sarebbero diventate maschere o, ancor peggio, sarebbero rimaste consolazione.